La risurrezione di Lazzaro

LA RISURREZIONE DI LAZZARO
Gv 11,1-45

Catechesi quaresimale (5)
19 marzo 2010

1Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.


Introduzione

La grande liberazione di cui l’uomo provato, assetato, cieco ha definitivamente bisogno è la vittoria sulla morte. La risurrezione di Lazzaro è il segno per eccellenza: “Gesù prima di affrontare la passione offre un anticipo della risurrezione, per mostrare loro il significato profondo e inatteso della croce, che non è una strada di morte ma di vita, non sconfitta ma vittoria” (B. Maggioni, Il Vangelo di Giovanni, in I Vangeli, Assisi 1975, 1533).

All’inizio del suo vangelo, Giovanni ha definito Gesù luce e vita: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (1,4). Come il racconto del cieco nato ha mostrato in che modo Gesù è luce, così la risurrezione di Lazzaro manifesta in che modo egli è la vita degli uomini.

Come stare di fronte alla morte? L’atteggiamento, infatti, non è univoco come il brano lascia ben intendere:

  • —  per Gesù la malattia e poi la morte di Lazzaro sono finalizzate alla gloria di Dio e anche alla sua (v.5);
  • —  per i discepoli esse sono l’occasione perché possano diventare credenti (v. 15);
  • —  per Marta la morte di Lazzaro dà la possibilità di confessare la speranza nella risurrezione finale e la sua fede in Gesù;
  • —  per Maria e per i Giudei è il punto di partenza per manifestare il proprio lutto (vv. 32s);
  • —  per alcuni Giudei la morte di Lazzaro e l’intervento di Gesù provocano la fede in Gesù (v. 45);
  • —  per altri, invece, è un’esperienza che motiva l’intervento malevolo del sinedrio che deciderà di eliminare Gesù (v. 46.53).

Lazzaro pur essendo senza voce e senza volto permette (il suo silenzio sembra lasciar intendere che abbia subito passivamente la morte), in realtà, che tutti gli altri protagonisti prendano la parola di fronte alla morte.

Siamo alla fine del libro dei segni. Pertanto, l’episodio di Lazzaro costituisce una tappa decisiva nella rivelazione di Gesù. Da una parte sta per giungere il tempo in cui Gesù sarà glorificato, dall’altra giunge il tempo perché i suoi ascoltatori prendano una decisione.

Imparare a stare di fronte alla morte

Con la guarigione del cieco nato, Gesù ha fatto sì che l’uomo impari a rapportarsi con la realtà; con la risurrezione di Lazzaro fa sì che l’uomo stia di fronte al limite ultimo, la morte, guardandola in faccia e scrutandone il mistero. Se questo non accade, la nostra vita resta una continua fuga, inutile peraltro, da ciò che sappiamo essere l’appuntamento inesorabile per ciascuno di noi. Tutto quello che noi facciamo e mettiamo in atto esprime il desiderio di poterci salvare da questo appuntamento. Tuttavia, sappiamo in partenza che si tratta di un tentativo che non approda ad un nulla di fatto. Noi tutti siamo consapevoli che sulla nostra vita grava come una sorta di condanna: sappiamo che da un momento all’altro questa potrebbe essere applicata. Il nostro più grande tormento è il fatto di non sapere quando ciò accadrà.

Ora, Gesù non ci salva dalla morte. Anche Lazzaro morirà di nuovo. Nessuno di noi è immortale. Gesù ci salva, invece, nella morte. A nessuno di noi viene risparmiato questo limite. Gesù, infatti, “non è venuto ad alterare il ciclo naturale della vita fisica, liberando l’uomo dalla morte biologica, ma a dare a questa un nuovo significato” (J. Mateos-J.Barreto, Il Vangelo di Giovanni, p. 458).

Anche questo limite ultimo, come i nostri limiti abituali, può essere non solo subito ma riconosciuto, assunto, attraversato come espressione di una relazione con gli altri e con l’Altro.

Noi non possiamo possedere o trattenere la vita: se questo accade è già la morte. Pensiamo ad una donna che volesse trattenere la vita del suo bambino oltre il tempo stabilito. Cosa accadrebbe se non la morte? Se non possiamo possederla o trattenerla possiamo nondimeno decidere in che modo viverla: se nell’egoismo o nel dono. Non è un caso che Gesù affermi: “chi ama la sua vita in questo mondo la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita terna” (12,25). “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14). La nostra comune esperienza ci attesta continuamente che la nostra è una vita-per-la-morte. Gesù ci rivela, invece, una morte-per-la-vita.

Che cosa strana! Gesù, nel dare la vita a Lazzaro, sarà condannato a morte (v. 53). Chi dona vita, riceve morte. Eppure, proprio nell’essere messo a morte, dà vita. Siamo di fronte al paradosso della croce. Il nostro male è il luogo in cui ci viene svelato l’amore senza limiti di Dio.

Il fatto che Lazzaro torni in vita è un segno. Di che cosa? Segno di ciò che accade alle sue sorelle Marta e Maria. Lazzaro esce momentaneamente dal sepolcro ma vi farà ritorno di nuovo, le sorelle, invece, escono dalla terra della loro afflizione e del lutto per fare esperienza, sin da ora, del Signore della vita. Noi parliamo impropriamente di risurrezione di Lazzaro. In realtà i veri risorti sono le sorelle e quanti credono in Gesù.

La morte, perciò, vista non come il fine di ogni cosa ma come la fine di una esperienza.

Lazzaro

Nome che vuol dire “Dio aiuta”. La nostra vicenda ci dice che nella morte, come nella nascita, nessuno fa tutto da sé. Perché se nessuno nasce senza madre, nessuno muore senza il Padre! (cfr. “Non cade foglia senza il Padre”).

La storia di Lazzaro può a buon diritto essere letta come il simbolo di tutta la storia della salvezza. Dio si mette in cammino verso l’uomo perché turbato dalla miseria umana. Per andare verso Lazzaro Gesù deve lasciare il suo universo armonioso, attraversare il Giordano e raggiungere Betania dove il suo amico sta morendo e dove, in realtà, si tramerà contro la sua vita. C’è in gioco tanto Lazzaro quanto Gesù. I discepoli vorrebbero dissuaderlo: Rabbì, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo? (v. 8).

Le sorelle dunque mandarono a dirgli: ‘Il tuo amico è malato’ (11,3).

Se il tuo amico è malato, tu come ti poni di fronte a questa situazione, tu che hai appena condotto alla luce un uomo immerso nelle tenebre fin dalla nascita?

Gesù voleva molto bene a Marta… quand’ebbe dunque sentito… si trattenne due giorni…

Come è possibile amare e non affrettarsi verso chi rischia la vita? Ogni volta che la morte colpisce i credenti si ripropone la stessa domanda: Gesù ama e tuttavia la morte è inevitabile e lui arriva sempre in ritardo.

Un primo dato da rilevare: nessuno può determinare per lui il tempo opportuno. Per i discepoli è addirittura troppo presto; per le sorelle è troppo tardi.

L’ora di Dio non può essere mai condizionata dal giudizio e dal desiderio degli uomini. Entrerà nella passione solo quando sa che è giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1).

Gesù risponde in modo analogo a come aveva risposto a proposito del cieco nato. Qui, però, Gesù non si lascia soffocare dai sentimenti perché talvolta questi possono impedire un rapporto autentico con il Padre. Pertanto è una cosa ottima l’amicizia, gli affetti, tuttavia quando questi affetti sono feriti si può cogliere dentro questa ferita un invito molto prezioso da parte di Dio, che porta ad andare oltre le tenebre e oltre la morte. Attenzione, sembra dire Gesù, a leggere la realtà solo dal punto di vista affettivo. Anche dentro un’esperienza di lutto si può nascondere un progetto particolarissimo di Dio, un progetto non diverso da quello che si nascondeva dietro la situazione  del cieco nato: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio”.

Noi chiamati, dunque, a cercare di capire in che modo le nostre personali ferite o tragedie possano essere lette come parte misteriosissima di un progetto più grande.

“per la gloria di Dio”: una parola religiosa usata troppo spesso in maniera sconsiderata, come quando diciamo che Gesù è morto per la gloria di Dio, come se un Padre prendesse gloria dalla morte di un figlio. La gloria di Dio è la vita dell’uomo, della donna. Dio ha a tal punto in onore la nostra vita da mettere a repentaglio la sua. Dio è glorificato non quando l’uomo è mortificato ma quando il suo peso è alleggerito, quando la sua pena è condivisa.

“Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro” (11,4). Eppure non si muove subito. Una sorta di apparente indifferenza. C’è un amico che sta male, la malattia e grave e per tutta risposta “si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava”. Quando si muove, è morto. Arriva in ritardo. E Marta e Maria, anche se garbatamente, glielo faranno notare: “Signore, se tu fossi stato qui…”. Come a dire: “Sei arrivato troppo tardi”. Sembra quasi che questo ritardo sia provvidenziale. Questo significa che tutte le volte in cui Dio sembra indifferente al dolore degli uomini e sembra in ritardo sulle nostre invocazioni, questo non è segno che non gli siamo amici. La ragione è quanto dicevo poc’anzi: che, cioè, Gesù, è venuto a dare alla morte un significato nuovo. “Lazzaro è morto. Ed io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate” (vv. 14-15).

Marta e Maria

“Marta dunque come seppe che veniva Gesù gli andò incontro, Maria invece stava seduta in casa” (vv. 19-20).

Sono due sorelle molto diverse: Marta, sempre in movimento e piena di vitalità, Maria piuttosto passiva. In realtà, il fatto che Maria resti seduta esprime una sorta di rimprovero nei confronti dell’amico: Perché non sei venuto? Che razza di amico sei allora? Maria protesta dentro di sé e perciò si impunta. Marta, che è molto più esplicita, non manca di rimproverare apertamente l’amico, un lamento che ha già un tono di apertura: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà” (v. 22). Ti rimprovero perché mi hai lasciata sola, però io so che posso ancora vere fiducia in te. Quando l’amico si sente tradito non per questo smette di dare fiducia all’amico: continua ad amarlo. Un amore che non ha nulla a che vedere con la contrattualità.

“Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore vivrà” (v. 25). Chi crede in me, cioè, chi si abbandona in me, anche se muore vivrà. Non vi fate bloccare neppure dall’esperienza della morte, perché chi si affida a me che sono la risurrezione e la vita, farà esperienza che l’ultima parola non la dice la morte ma la vita!

“Credi tu questo?…Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (vv. 26-27). Come già il cieco nato, così Marta è stata presa per mano da Gesù e condotta, a partire dai suoi sentimenti tutti umani e dall’esperienza del suo lutto, oltre questa esperienza, in quel mondo che è il mondo stesso di Dio.

Queste espressioni ci consegnano alcuni paradossi: il primo paradosso è che l’oggi e il futuro sono insieme.

“Gesù le disse: ‘Tuo fratello risusciterà’. Gli rispose Marta: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Gesù le disse: ‘Io sono la risurrezione e la vita’”.

A Marta che parla al futuro – risorgerà – Gesù risponde usando il presente: “Io sono – oggi – la risurrezione e la vita”. Il futuro della risurrezione e l’oggi della risurrezione vanno insieme. Noi siamo soliti dire: “Cristo è risorto… anche noi risorgeremo”. Ed è vero. Ma tra quel passato (Cristo è risorto) e quel futuro (anche noi risorgeremo), corriamo il rischio di lasciare un grande vuoto, quello del presente. Il presente resta orfano di risurrezione. Mentre Gesù continua ad annunciarci: “Io sono – al presente – la resurrezione e la vita”. Come a dire: non rimandare al futuro. Sei tu Marta, oggi, da risuscitare se ti rifugi nel futuro, se sei arresa dentro, se dici: “Tanto non c’è più niente da fare”. Ebbene io oggi, per te, sono la resurrezione e la vita.

Sei tu da sciogliere dentro, da tutto ciò che ti trattiene, dalle tue delusioni, dalle tue stanchezze. Non lasciare orfano di risurrezione il tuo presente.

Questo è l’annuncio che cambia ogni cosa ed è la grande notizia che Marta va a riferire subito a sua sorella. Quando questo accade, Marta si comporta come la samaritana la quale non riuscendo a trattenere dentro di sé la gioia che prova la comunica anche agli altri. Infatti, Marta non può non coinvolgere Maria in questa esperienza, aiutandola ad andare oltre i suoi puntigli di indispettita di fronte all’apparente indifferenza dell’amico. Maria è chiamata a superare se stessa: “Il Maestro vuole te” (v. 28). Marta non le dice: “Lazzaro risorgerà”. Ma va a dirle: “Il Maestro vuole te”. C’è Gesù, è qui e ti chiama. E’ questo esserci di Dio che ci cambia.

Io sono: io ci sono per… E Maria risuscita anche lei: “udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui” (v. 29). Maria, quando si sente annunciare questo da Marta, non può più contenersi al punto che si precipita da Gesù trascinando dietro di sé tutti quelli che come lei erano rimasti imprigionati nel lutto e nella depressione della morte.

“Quando la vide piangere… si commosse profondamente, si turbò e disse: ‘Dove l’avete posto?’…’Signore, vieni a vedere’. Gesù scoppiò in pianto” (vv. 33-35).

Il secondo paradosso è la contemporaneità della fede e del pianto. Fede e pianto in questo racconto stanno insieme. Piangono le sorelle dopo aver confessato la fede in Gesù. Ma piange anche Gesù che pure sapeva che il Padre sempre lo ascolta. Tu credi, eppure piangi, tu piangi, eppure credi.

Il Figlio di Dio prova quello che proviamo noi di fronte a certe tragedie umane, quando il cuore ci grida dentro: non è giusto! Anche il cuore di Gesù grida: non è giusto! “Fremette nello spirito”.

Non ci cambia un Dio che dice: Lazzaro è morto, io sono contento per voi. Ci cambia un Dio che c’è e piange. Non c’è discorso che ci convinca, ci convince la sua presenza e le sue lacrime. Ci convince il capire che la tua gloria è l’uomo e la donna che rivivono. Davvero la carne è il cardine della salvezza! (a fronte di una comunità cristiana spesso tentata di dire: la carta è il cardine della salvezza). Gesù è venuto e ha manifestato la sua attenzione a degli uomini fatti di carne.  Non c’è altra strada per conoscere l’amore di Dio, se non quella che passa attraverso l’esperienza dell’amore umano. Tutto il resto è spiritualismo ma non annuncio evangelico: “Il verbo si è fatto carne”. Niente di ciò che appartiene all’esperienza umana può essere considerato alieno all’esperienza cristiana. homo sum et nihil humani a me alienum puto.

“Intanto Gesù ancora profondamente commosso si recò al sepolcro. Era una grotta e contro gli era stata posta una pietra” (v. 38).

La pietra tombale rappresenta il sigillo che chiude per sempre la porta della speranza. Eppure proprio là dove registra il suo fallimento (mettiamoci una pietra sopra, non ne parliamo più), si nasconde l’inizio di una novità di vita.

Gesù nel rivolgersi a Marta si rivolge alla sua Chiesa perché di fronte alla morte continui a credere e perché mediante la fede Dio manifesti la sua gloria, la sua presenza nella vita: “Non ti ho detto che se tu credi vedrai la gloria di Dio?”. Gesù non si riferisce soltanto al miracolo che sta per compiere. Il miracolo, infatti, non è fine a se stesso, ma è segno, è rimando ad un agire di Dio più grande e diverso. La frase di Gesù a Marta è per noi: se di fronte all’esperienza della morte rimaniamo nella fede vera, Dio ci rivelerà la sua gloria.

Nella preghiera che Gesù rivolge al Padre emerge una indicazione molto preziosa: quello che sta per accadere è solo una manifestazione di quello che avviene tra il Figlio e Dio: il Padre dona tutto al Figlio, anche il potere di dare la vita, richiamando i suoi fratelli da morte.

Lazzaro che esce dalla tomba ancora bendato viene consegnato agli uomini perché lo sciolgano. È un invito che Gesù ci rivolge perché collaboriamo alla sua opera di liberazione dell’uomo. È l’invito a porre gesti che diano vita e libertà, e non morte e schiavitù.

Scioglietelo e permettete che egli cammini”, mettetelo in condizione di camminare da solo. Sta qui il volto della comunità cristiana che crede nella risurrezione: aiutare gli uomini a vivere, a camminare, a diventare responsabili della propria vita.

 

“La morte è un passaggio oscuro. Molto oscuro. Ma voi mi tenete la mano: in voi, è Dio che me la tiene. Voi mi parlate fino all’ultimo istante: in voi, sento la voce di Dio. Mi resta un poco di fiato. Tra poco lo perderò, mi spegnerò.

Rendere l’anima. Senza rumore. Senza discorsi. Come mettere un punto finale alla propria vita, come una corona musicale. Sentirò male? Avrò paura? Paura e male non sono nulla, perché mi accompagna il vostro amore: come espressione umana della tenerezza divina”

(testimonianza di un prete bretone prima di morire)

Nome che vuol dire “Dio aiuta”. La nostra vicenda ci dice che nella morte, come nella nascita, nessuno fa tutto da sé. Perché se nessuno nasce senza madre, nessuno muore senza il Padre! (cfr. “Non cade foglia senza il Padre”).

La storia di Lazzaro può a buon diritto essere letta come il simbolo di tutta la storia della salvezza. Dio si mette in cammino verso l’uomo perché turbato dalla miseria umana. Per andare verso Lazzaro Gesù deve lasciare il suo universo armonioso, attraversare il Giordano e raggiungere Betania dove il suo amico sta morendo e dove, in realtà, si tramerà contro la sua vita. C’è in gioco tanto Lazzaro quanto Gesù. I discepoli vorrebbero dissuaderlo: Rabbì, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo? (v. 8).

In bici ad Assisi

Orario Celebrazioni

orario estivo

LUNEDÌ – SABATO

8.40 Lodi mattutine
9.00 Santa Messa
17.30 Rosario
18.00 Santa Messa
18.30 Vespri (da lunedì a venerdì)
21.00 Santa Messa (solo sabato)

DOMENICA E FESTIVI

7.00 Santa Messa
9.00 Santa Messa
10.30 Santa Messa
17.30 Rosario
18.00 Santa Messa
21.00 Santa Messa